Yayeme – appunti

Un racconto di Gabriella De Gasperi

Prima di tutto chi siamo.
Capi indiscussi Cristina e Gianfranco, la couple.
Questa “cosa” è stata inventata da loro e proprio per la loro forza ci siamo buttati tutti, senza incertezze. Gianfranco, con la voce e il fisico da leone feroce e con un’inaspettata mansuetudine di fronte agli eventi.
Cristina ha bisogno di pochi commenti, è una forza della natura, dispensa coraggio e sorrisi, abbraccia e si commuove, organizza un esercito e lava i piatti, ha parole per tutti e malumori per nessuno.

Direi al limite del credibile. L’ ho conosciuta poco fa e mi ero chiesta, chissà se tiene? Tiene, tiene. E poi gli altri.

Marilia, le medicin, la conosco da troppo tempo per poter essere obiettiva.
Ma poi ho visto che anche agli altri sono bastati pochi giorni per capire.
Marilia non parla, fa. Non appare ma vede tutto. Non spreca dimostrazioni di affetto ma la senti vicina. Viaggia con due ciabattine di plastica, una gonna e due pantaloni e sembra pronta per una sfilata di moda.
E poi Giacomo e Anna, gli sconosciuti, ma mi è bastata un’occhiata per capire che si poteva star bene insieme. Giacomo con la sua aria da intellettuale trasandato, lascia subito pochi dubbi sul suo acume e nasconde con fatica, dietro un apparente scetticismo e indifferenza la sua capacità di rapporti positivi.
Famara l’ha giudicato più “mémoire” che corpo, ma evidentemente gli è sfuggita la capacità del soggetto di ingurgitare cibo e di mantenere una sofferente distanza dagli umani dopo 12 ore di sonno notturno e qualche pisolo pomeridiano.
Il suo compito, qui, è quello di elettricista, tecnico dei pannelli solari, che ha liquidato, con poche parole, vista l’impossibilità di installo e manutenzione corretta; e poi di idraulico con qualche perplessità sugli impianti effettuati. Giacomo ha anche dimostrato una buona dose di genialità manuale costruendo supporti per la macchinetta del caffè e sostegni di filo di ferro per il tubo della doccia.
Tutto ciò implorando, senza successo, la dotazione nella casa almeno di un cacciavite.

Anna ha conquistato Yayème e tutto il Senegal. Lei che non conosce la lingua – neanche il francese intendo – le è bastata la sensibilità, il calore e la forza che esprime; il nostro folletto, Annah, il pifferaio magico.
Infine Roberta, la ragazzina apparentemente indifesa, nostra testimonial di giovinezza e grazia, bianca preda inaccessibile dei mosconi locali ma io ho dimenticato di chiederle: perché è venuta con noi, più o meno noiosi vecchietti con strane idee di pace e solidarietà?

Manco io, ma visto che questo che scrivo è il mio punto di vista, mi sento esentata da inutili auto-analisi.
Dico solo che mi è piaciuto molto, molto, stare con tutti voi.
Per arrivare alla MAISON BLANCHE ci vogliono cinque ore di aereo e dalle tre alle cinque ore di macchina, a seconda del traffico, delle deviazioni, delle buche nelle strade e degli stop da parte della polizia che, come ovunque, anche qui deve dimostrare quanto conta nella vita del paese.
Poi ci sono gli imprevisti probabili, in questo caso la scomparsa della valigia di Roberta, con conseguente sosta di un giorno e una notte di parte del gruppo alla Brazzerade, discreto alberghetto in riva al mare, con ottimo pesce e gradevole sistemazione.
La parentesi di Dakar non è stata il massimo. Visto niente. Avuto il primo impatto con l’estenuante assalto di bambini e adulti per rifiutare o contrattare braccialetti, collanine, elefanti, stoffe locali stampate in Belgio. Raggirate, io e Marilia e Roberta sulla spiaggia dal solito internazionale dritto di turno, con un sottile gioco di gentilezza e violenza da cui siamo uscite con la perdita di soli 5000 sefar, molto spavento e il grande rischio di rimetterci la macchina fotografica che il nostro eroe ha tentato di sottrarmi con forza e inganno.
Brutta esperienza che fa parte della serie di non aver mai imparato abbastanza.
Per tutto il percorso, siamo nella vera Africa, terra rossa, distese di sabbia, baobab, palme, mucche magre con le corna lunghe e a punta, pecore ancora più magre che attraversano la strada senza pensieri, baracche squallide, capanne col tetto di paglia, una nota di colore per chi le vede, non credo per chi vi abita; tanti bambini e donne con secchi di plastica in testa, neonati dietro la schiena; bancarelle con qualche frutto in vendita, negozi con scritte e disegni, così capiscono tutti.

E poi si arriva.
La casa è un miracolo. Orgoglio di Gianfranco e Cristina, ma anche giustamente di Famara che ha seguito i lavori, ha insegnato a gente che non ha mai costruito niente di più di un muretto, come si preparano i mattoni a crudo, come si fa l’impianto elettrico, come si installa una doccia e la casa è lì, sfida tecnica sospesa dal suolo, con i gradini di piastrelle lucide e anche all’interno piastrelle immacolate, grande problema per i piedi sporchi.

Il soggiorno ha una colonna dorica in mezzo alla stanza, che ci ha entusiasmato subito – forse io avrei sostituito il lampadario uso Cantù con uno di gusto più locale, ma è anche piacevole veder realizzato il sogno di lusso di chi ha portato a termine una simile impresa.

Famara è un dio in terra.
Bastano pochi minuti con lui per essere soggiogati dal suo fascino. Il viso scavato, i due metri del suo corpo, gli occhi che bucano e vedono lontano, le mani senza fine.
Lui è il capo.
È l’eletto.
E’ colui per cui tutti pregano, perché senza di lui a Yayème non c’è più nulla.
Karim è figlio di Famara ed occupa un posto speciale in questa storia perché vive alla Maison Blanche.
Karim ha 11 anni come Michele, mio nipote, ed ha lo stesso viso dolce, la stessa statura e la stessa corporatura sottile.
La differenza è che uno è tutto nero e l’altro tutto bianco.
La differenza è che Michele vive in Europa e Karim in Africa.
La differenza è anche che Michele cresce come un bambino qualsiasi e Karim come un bambino speciale, il piccolo Budda, il predestinato.

Ora dorme in soggiorno, con noi tutti intorno che lo viziamo, gli facciamo il letto e gli prepariamo la colazione, domani è qui da solo, anche di notte; alla mattina si alza quando si sveglia perché non ha un orologio e si fa tre km e mezzo a piedi per andare a scuola, poi ritorna e che cosa fa, lontano dalla famiglia, dagli amici? Legge? Gioca? Qualcuno gli porta i pasti? Che rapporto ha con sua madre e con i fratelli?
Parla francese molto bene, tutti lo parlano a scuola: è la lingua ufficiale, ma lui lo parla con un ottimo accento.

E’ intelligente e impara subito tutto, anche a giocare a scacchi con Gianfranco che si è dato il compito di insegnare il gioco a tutto il villaggio e lo sta facendo con pazienza e metodo.
Karim è già riuscito a batterlo, l’ultimo giorno, con grande soddisfazione del maestro.

In questo quadro dei personaggi non posso dimenticare Masà, l’uomo degli innaffiatoi, che sembrano due protesi delle sue braccia. Comincia a innaffiare al primo chiarore, è la nostra sveglia dell’alba perché il primo ciaf lo fa proprio sotto le nostre finestre, mie e di Marilia, che ne faremmo volentieri a meno, come ne farebbe a meno anche la povera piantina regolarmente annegata sotto la sua eccessiva solerzia.
E così tutto il giorno, avanti e indietro dal pozzo alle cipolle, dal pozzo alle buganville, mi vien voglia di regalargli una lunga canna, ma forse gli ferirei l’orgoglio del suo ruolo.

Masà non parla francese ma non me ne sono accorta subito perché risponde a qualsiasi richiesta con perfetto accento “d’accord, d’accord”.
Non è chiaro perché si prenda tanta cura delle cipolle e abbia tanta antipatia per i pomodori, che ha lasciato seccare, ma anche il giardiniere di mia cugina faceva arrampicare i fagiolini sugli alberi, e non era il modo più idoneo per la raccolta.
Masà dorme all’aperto, non ha mai dormito sotto un tetto perché teme di rimanere chiuso dentro, una volta entrato.
L’ho visto entrare una sola volta, alle invocazioni di Anna, che avendo trovato un topo in camera e poco aiuto dal suo compagno che ha declinato il compito proseguendo per il bagno con lo spazzolino da denti in mano, ha investito Masà di un lavoro da vero uomo, urlando a gran voce il suo nome. Masà è entrato con un lungo mantello fino a terra e un cappello in testa e guardava Anna saltellare in camicia da notte sul letto e strillare in italiano degli ordini perentori: “prendi la scopa, caccia il topo…”
Lui non è andato molto oltre il suo “d’accord, d’accord”, con gli occhi a palla, ed è uscito nel suo habitat meno rischioso, spegnendoci come al solito il generatore prima che noi fossimo pronti per restare senza luce.
Ogni sera viene un figlio a portargli un tè e alla mattina passa a salutarlo la figlia; Masà è rimasto solo, senza moglie ed è vissuto, fino al suo nuovo impiego, come guardiano delle bestie.
Mi è sembrato molto contento di essere stato promosso custode e giardiniere.

La prima cosa che mi ha colpito nella vita della casa è stata il numero di caffè preparati ogni giorno, nelle moka da uno o da tre tazze. Annotiamoci, tra i regali da portare, alla prossima volta, una bella caffettiera da 12 che semplificherebbe la vita. L’ora di punta è tra le sei e le 9 del mattino, un caffè dietro l’altro, un po’ per gli ospiti fissi, un po’ per i visitatori che si alternano al grande tavolo di sei metri, sotto due bellissimi alberi di manghi. L’operazione manghi in realtà risulta l’attività principale della giornata. C’è chi raccoglie quelli caduti, chi li abbatte con una lunga pertica, chi li mangia direttamente con la buccia, chi eroicamente li prepara pelati e tagliati per chi, dopo un lavoro di un’ora riesce a ingoiarli in cinque minuti. Io sono tra quelli.

La giornata è segnata dai due avvenimenti principali: l’arrivo delle tre donne che ci portano il cibo, mezzogiorno e sera, portato con eleganza sul capo in grandi ciotole.
A dire il vero “mezzogiorno” è un modo di dire perché l’orario è flessibile fra le una e mezza e le tre e la sera tra le otto e mezza e le dieci, quando ormai ci aggiriamo stremati in cucina in cerca di qualcosa da mangiare, oltre i manghi sempre a nostra disposizione.
La visione del loro arrivo, quando ormai abbiamo perso la speranza è una vera gioia per gli occhi e per le macchine fotografiche. Belle, un’ andatura da regine, splendidi vestiti pieni di colori, un fazzoletto in testa intonato all’insieme e acconciato in forme diverse. Anna suppone che esista nel villaggio una capanna guardaroba, tanto questi loro vestiti sono sempre in ordine, puliti e stirati.

Loro stesse sono pulite e profumate, con una pelle di velluto e profondi occhi scuri e ci chiediamo come facciano ad essere sempre così, con quella frotta di bambini che si ritrovano attorno alle loro case e quella terra rossastra che ci costringe a lavarci i piedi in continuazione, acqua permettendo. Le tre donne si chiamano Aissatou, Marie e Ngoff e condividono con noi i pasti, le nostre chiacchiere, il riordino della cucina – e poi tanto caffè, tanta fantà, tanta cocà e naturalmente i manghi.

Nelle occasioni particolari in cui alla tavola siamo proprio tanti, tutto lo staff di Yungar ad esempio, si mangia invece in grandi ciotole comuni, ma non con le mani come in Marocco, con mio grande sollievo, ma ognuno col proprio cucchiaio. Il cibo non è molto vario ma ben fatto – riso, qualche salsa saporita, pezzetti di carne (il montone presenta qualche difficoltà ad essere deglutito), pezzetti di pesce non identificato, verdure lessate tra cui particolarmente gradita la yucca.
Penso con sollievo che non avere la preoccupazione del cibo quotidiano sia un grande sollievo, vista la difficoltà che si incontra nel fare la spesa. I negozi sono a Fimela, circa 4 km di distanza, ma più che negozi si tratta di piccole bancarelle in cui si vendono pomodori a mucchietti di tre e patate anche quelle contate a numero. Le bibite invece si possono comprare a cassette.
Il falegname lavora sulla strada, dove si trovano esposti un letto e una poltroncina. Lui sta lavorando di pialla, sempre in strada, ovviamente, quando Cristina gli fa l’ordine.
Ha fatto diversi lavori per la casa ma ha un’idea approssimativa sulle misure e così la libreria ordinata per il soggiorno non passa per la porta e si deve segare in alto e poi riappiccicare una volta entrata; però l’ha fatta in due giorni e io e Marilia lo difendiamo fino alla morte perché è così avvilito che ci fa pena.
Le spese più importanti si fanno a Mbur, una vera città, a circa un’ora di macchina, sede di Banca e di un supermercato molto fornito, in cui compro pompelmi e yogurt. A proposito di Banca, anche qui a Yungar ne è stata aperta una. Marilia ed io abbiamo con sussiego aperto un conto con tanto di documenti e foto tessera. Al villaggio ci rechiamo più volte al giorno. All’inizio veniamo guardate con curiosità e un po’ di diffidenza; d’altra parte anche noi mostriamo curiosità e diffidenza.

Al mercatino in piazza che si anima solo al nostro arrivo perché non si vedono altri turisti oltre a noi, veniamo all’inizio assalite – in vendita ci sono le solite cose, elefantini, tartarughe, braccialetti e collane che regolarmente si comprano in queste occasioni e poi mai più si portano, ritornate in Italia, tagli di stoffa stampata in Belgio. Le bancarelle sono sette,otto ma tutte hanno le stesse cose e tutte vogliono che si compri la loro merce, a prezzi che dopo estenuanti contrattazioni si riducono ad un quarto e sicuramente ad un costo più del doppio del loro valore.
Marilia è presa d’assalto perché è quella che vorrebbe oggetti da poter rivendere per Emergency. La motivazione sembra convincere tutte e l’assalto finisce, anche nei giorni futuri. Siamo diventate amiche. Da allora aumentano gli abbracci e i baci ad ogni incontro: un, deux, trois, quatre secondo il grado di affetto che si vuole dimostrare.

La sensazione che si sia creato un rapporto vero è la cosa che mi è piaciuta di più.
Sembra finalmente possibile sentirsi, in terra straniera, né sfruttatore, né sfruttato. L’avevo provato anche a Cuba: nel momento in cui si riesce a dare una svolta al contatto passando oltre il rapporto definito dal denaro, allora finalmente ci si può parlare e tentare di capirsi, si possono scambiare e vivere esperienze vere, quelle che lasciano un segno e non sono solo rullini di fotografie rubate e portate a casa per far vedere agli amici.
Io di foto ne ho fatte tantissime, certo non rubate, con il timore che questi volti neri non riuscissero neanche ad imprimersi nel negativo – invece eccoli tutti qui, per merito anche della pazienza di Massimiliano, che ha lavorato con me parecchi giorni per dare vita ai loro bellissimi volti, alla grazia dei passi di danza, ai visi pieni di stupore dei bambini.
Ho avuto la brillante idea di fare loro delle foto, solo a chi ne avesse voglia, senza pensare che tutti ne hanno voglia e si mettono in posa, appena mi vedono, proprio al contrario di come vorrei, ma così è successo:

6 rullini da 36 pose e Marilia prendeva nota dei nomi – Gjorgi, Issa, Babacarr, Ngor, Biram, Suleiman e poi Nicole, Marie, Madeleine, Therèse, nomi musulmani, nomi cristiani, così tutti mischiati, come mischiati sono i bambini alla scuola che andiamo a visitare.

Le scuole sono due, quella della missione, a pagamento o gratis per merito; le classi non sono molto numerose, i bambini vengono accettati tutti cristiani o mussulmani.
L’altra, la scuola pubblica, ha classi di 50/69 bambini – le classi sono aperte e possiamo entrare – mai visti bambini così quieti, con i quaderni così ordinati. Una classe di 69 bambini di prima e seconda insieme sono senza maestro, sostituito, spero solo in quel momento, da un bambino che con una lunga asta, legge le vocali alla lavagna e le fa ripetere in coro dalla classe. Rimaniamo incredule soprattutto perché al mio stupore, Aissatou che ci accompagna, chiede perché da voi non è così? No, da noi non è così, da noi i bambini lasciati soli saltano sui banchi, da noi i bambini quando escono da scuola si danno spinte e gridano, da noi i bambini piangono e fanno i capricci, né si prestano a dieci anni a tenere il fratellino sulla schiena e neanche a guardarlo.
Qui i bambini sono silenziosi, educati e gentili, salutano tendendo la mano quando la mamma lo dice, sono belli, un po’ sporchi e col moccio al naso, le bambine hanno fin da piccole trecce fitte fitte, i maschietti testine con i capelli ispidi, a toccarli sono duri come le setole di una spazzola. Anche loro sono incuriositi dai nostri capelli. Ogni tanto un bambino solleva una ciocca dei miei e la lascia scivolare tra le mani a poco poco come si cala una tenda, stupito del colore e dalla inconsistenza dei miei capelli lisci.

Siamo anche andati al mare, a Palmarin, e a una gita in piroga sul fiume.
Il fiume vicino ha un grande delta, sembra di essere sul Po’ all’altezza di Comacchio.
Il giorno di Pasqua avremmo già dovuto attraversare il fiume per andare a messa a Marloge, ma per un disguido non sono venuti a prenderci, noi tutti pronti, vestiti da festa; grande delusione perchè ci aspettavamo i canti tipici delle messe africane.
Questa volta invece Ndjamé viene a prenderci, anche perché vuole che Marilia visiti i suoi genitori, vecchi e malati.
Ci andiamo con la piroga “Mama Tening” (Cristina), un po’ insicura per i miei gusti, basta un movimento per farla oscillare.
Ndjamé ha preso troppo sul serio l’idea della gita e ci fa fare un interminabile giro turistico per arrivare a Mar Lodge il paese dove lei abita.
Il paesaggio è bello, con cespugli di mongrovie ai lati e isolette di baobab, ma dopo due ore siamo tutti intirizziti e poi ci sembra che si faccia un giro senza fine e senza meta.
Mar Lodge ha un tono più turistico di Yayème, ci sono tante barche e i bambini ci circondano e vogliono camminare dandoci la mano, due bambini a testa, belli, sporchi, molto sorridenti.
Il ritorno è più veloce, ma la piroga non ha più carburante e il distributore è già chiuso.
Veniamo scaricati in uno sconosciuto villaggio, un taxi ci riporta a Yungar, dove tutti cominciavano ad essere preoccupati per la nostra assenza.
Per oggi niente coccodrilli.

Sul fiume c’è anche Djilor, la patria di Senghor. La sua casa è una piacevole oasi silenziosa.
La sorpresa è che qui in Africa si posteggiano i cavalli nell’acqua come noi facciamo con le barche.
Al mare, che poi è l’oceano, andiamo in modo più tranquillo con una macchina guidata da Cher. Il percorso è affascinante, pieno di pozze d’acqua, saline, pescatori che tirano a riva la barca.
L’acqua è fredda, ma un bagno, giusto per provare lo facciamo tutti.
Roberta si becca il numero di cellulare di un tizio che è rimasto folgorato dal bikini e da chi lo indossa.
Manca Marilia occupata oggi con una visita all’ospedale e all’ambulatorio locale.
Il sole è forte, in spiaggia passano più mucche che umani. La cosa più bella sono le conchiglie, tantissime e molto belle.
Mi dispiace per Marilia, ci teneva molto ma per il suo senso del dovere ha rinunciato alla gita.

Le conchiglie le ha ricevute in regalo da noi.
In compenso ha passato una giornata con Amadì che è bello, intelligente e gentile. (vedi foto)

Finalmente si fa la riunione delle donne, punto centrale del nostro viaggio. Lo scopo è fondare una cooperativa di donne, perché riescano a gestire autonomamente le loro attività.
La riunione è fissata per le 5. Arrivano con calma, una alla volta o in coppia. Una più bella dell’altra con vestiti bellissimi, i loro fazzoletti in testa, molte portano piccoli bambini attaccati dietro la schiena con delle sciarpe colorate.
Giacomo, non ammesso alla riunione, sbircia dalla porta lo spettacolo
.Prima della riunione ci concedono un assaggio della loro grazia, accennando a turno qualche passo di danza con accompagnamento del battito di mani ritmato e percussioni su un catino di plastica rovesciato.
Bello, emozionante.
La riunione ha inizio con distribuzione di fiumi di fantà e cocà ma poi si inizia con molta serietà ed attenzione.
Le donne sono molto interessate, Rosine traduce dal francese per quelle che non capiscono ed ha un tono di grande autorevolezza che convince.
Sono tutte d’accordo sulla possibilità di organizzare una mensa scolastica, ma entrano in panico quando si parla di soldi, di banca, di bilancio e fonti di finanziamento autonomo.
Comunque le premesse sono incoraggianti.

La seconda riunione, viene fatta a qualche giorno di distanza.
Noi siamo fornite di lavagna a fogli mobili e pennarelli.
Cristina è molto professionale ma il gruppo è più scomposto: manca Marie che è andata ad un matrimonio e la sorella non è all’altezza, è intimidita e la sua traduzione non coinvolge.
Il gruppo è distratto dalle bibite offerte da Aissatou man mano che vede bicchieri vuoti. Ogni caduta di manghi provoca uno scatto delle donne più vicine che se lo contendono e lo ripongono in qualche piega del vestito. Cerco di dare una mano a Cristina rinforzando un concetto ma non mi fila nessuno. Pazienza. Questi non sono cambiamenti da poco, occorre tempo, assimilazione, credibilità.

A dire il vero, qualche insicurezza mi viene, vedendo quanto lavorano le donne, secchi in testa, bambini appesi dietro la schiena, catini pieni d’acqua insaponata.
Anche le nostre donne, fino alla generazione che ci ha preceduto faticavano più di noi e la lavatrice non darà la felicità ma ci lascia almeno il tempo per leggere di più e per crescere.
Ma Gianfranco ha ragione, l’arrivo dell’elettricità porterà, tra breve, la televisione e con essa tutto quello che c’è negativo nei confronti con altri mondi.

La nuova generazione non accetterà più la vita del villaggio ed è totalmente impreparata ad affrontare quello che li attira, la vita in città: penso a Dakar e alle centinaia di persone che vagano in cerca di espedienti per sopravvivere.
A me rimane il dubbio se valga la pena di desiderare un cambiamento.
E’ un luogo dove sembra che tutto stia bene così con i loro ritmi lenti, le poche esigenze espresse, la loro medicina tradizionale. E noi con le nostre accelerazioni impotenti, con il nostro benessere e il nostro superfluo non sembriamo molto più felici di loro.Mi sembra che il lato più positivo di questa impresa sia quello di creare dei legami di amicizia vera.
Gli abbracci e le lacrime agli occhi, alla nostra partenza non sono di circostanza, Famara sembra perso quando realizza che davvero ce ne andiamo.

Ho fotografato le mani nere di Marie strette in un abbraccio sulla maglietta bianca di Cristina e la terrò come simbolo di una amicizia che non si può perdere.
Forza, domani compro un orologio per Karim e poi farò un grande quadro con tutte le foto dei bambini di Yayème e poi scriverò delle storie su Aissatou, Amadi, Ngof, Kamara, Marie, Famara e la sua vecchia madre, su Karim e Masà.

Ma per questo ho bisogno di tornare.

Author: vecchioadmin

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